Portale delle memorie - I ricordi di Nonna Maria
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“Il 21 gennaio 1944 alle ore 21 siamo andati a letto noi bambini, ragazzini. C’era il sonno pesante e io quello scoppio, quella botta, l’ho sentita nel sonno. Quando mi sono svegliata ho aperto gli occhi e ho visto il cielo. Il tetto non c’era più, era caduto, era crollata tutta la casa sul letto. […] Siamo riusciti a scappare tra le macerie, sopra le pietre, sopra i sassi. C’era la brina fuori, bianca. Scalzi, usciti dal letto, siamo andati via così, nudi.”

Maria Pascucci, nata il 3 marzo 1930 ci racconta lo scoppio della polveriera di Montecchio di Pesaro durante la Seconda Guerra Mondiale.

Nonna Maria racconta

1944: Allora io ero una ragazzina di 13 anni. La mia era una famiglia di contadini.
Quando non c’era da lavorare nei campi, la mamma mi mandava dalla sarta a imparare a cucire, perché quella volta non c’erano vestiti confezionati. Mentre ero da una sarta in paese, i tedeschi si impossessarono di Montecchio.

Durante il giorno io stavo lì dalla sarta e vedevo arrivare tutti i camion di tedeschi che scaricavano tutto il giorno, dalla mattina alla sera. Avevano fatto un deposito molto grande, tutto il campo sportivo, all’altezza di più di una persona. Avevamo un po’ di paura. La mamma gli ha chiesto «Cosa succederebbe a Montecchio se dovesse scoppiare questa roba?»

«Eh non si preoccupi, signora, sarà come bruciare il pagliaio di paglia».

Il 21 gennaio 1944 alle ore 21 siamo andati a letto noi bambini, ragazzini. C’era il sonno pesante e io quello scoppio, quella botta, l’ho sentita nel sonno. Quando mi sono svegliata ho aperto gli occhi e vedevo il cielo. Il tetto non c’era più, era caduto, era crollato tutta la casa sul letto; tutti tramezzi dentro non c’erano più. Io, mia sorella, la mamma, tutti e tre in un letto. La mamma m’ha detto «Aspettatemi qui che vado a vedere quelli di là se sono ancora vivi». Tutti sepolti. Il nonno e la nonna erano feriti leggermente. E siamo riusciti a scappare tra le macerie, sopra le pietre, sopra i sassi. C’era la brina fuori, bianca. Scalzi, usciti dal letto, siamo andati via così, nudi. Non si potevano trovare vestiti e scarpe di cui vestirsi sotto le macerie.

È stata una notte tremenda. E abbiamo dovuto trovare gli altri contadini che avevano la casa intera. Ci hanno ricoverati.

Il 21 gennaio 1944 alle ore 21 siamo andati a letto noi bambini, ragazzini. C’era il sonno pesante e io quello scoppio, quella botta, l’ho sentita nel sonno. Quando mi sono svegliata ho aperto gli occhi e vedevo il cielo. Il tetto non c’era più, era caduto, era crollato tutta la casa sul letto; tutti tramezzi dentro non c’erano più. Io, mia sorella, la mamma, tutti e tre in un letto. La mamma m’ha detto «Aspettatemi qui che vado a vedere quelli di là se sono ancora vivi». Tutti sepolti. Il nonno e la nonna erano feriti leggermente. E siamo riusciti a scappare tra le macerie, sopra le pietre, sopra i sassi. C’era la brina fuori, bianca. Scalzi, usciti dal letto, siamo andati via così, nudi. Non si potevano trovare vestiti e scarpe di cui vestirsi sotto le macerie.

È stata una notte tremenda. E abbiamo dovuto trovare gli altri contadini che avevano la casa intera. Ci hanno ricoverati.

 

Da gennaio siamo ritornati in aprile. Dopo 15 giorni dal rientro nella nostra casa, arriva l’ordine dei tedeschi dello sfollamento, di nuovo. Abbiamo dovuto riprendere il carro, il “biroccio”, un paio di buoi, abbiamo caricato quel poco che si poteva, il necessario, e ripartire.

Siamo andati su nella vallata tra Ginestreto e Monteciccardo dove c’era mia zia, la sorella di mio padre, che ci ha ricoverato in casa sua. E anche lì abbiamo dovuto fare la vita da fame: il nostro grano era rimasto tutto nei campi, non avevamo niente da mangiare ed eravamo sempre circondati dai tedeschi. Avevo due fratelli gemelli. Erano in età di leva. Per tutto il tempo dello sfollamento, li abbiamo tenuti sempre nascosti. Siamo riusciti a salvarli dalla guerra perché i tedeschi li mandavano al fronte. Abbiamo sempre combattuto tra i tedeschi ed eravamo circondati dagli italiani che erano prigionieri dei tedeschi. Li facevano lavorare. E così, dalla metà di aprile, abbiamo dovuto lasciare le nostre case. Lasciato tutto. E tutti i giorni, io, la mamma e il nonno, con una carrettina a mano, si veniva tutti i giorni da Ginestreto a Montecchio per andare a raccogliere qualcosa per i campi per mangiare, perché non avevamo niente. Niente.

Da gennaio siamo ritornati in aprile. Dopo 15 giorni dal rientro nella nostra casa, arriva l’ordine dei tedeschi dello sfollamento, di nuovo. Abbiamo dovuto riprendere il carro, il “biroccio”, un paio di buoi, abbiamo caricato quel poco che si poteva, il necessario, e ripartire.

Siamo andati su nella vallata tra Ginestreto e Monteciccardo dove c’era mia zia, la sorella di mio padre, che ci ha ricoverato in casa sua. E anche lì abbiamo dovuto fare la vita da fame: il nostro grano era rimasto tutto nei campi, non avevamo niente da mangiare ed eravamo sempre circondati dai tedeschi. Avevo due fratelli gemelli. Erano in età di leva.

Per tutto il tempo dello sfollamento, li abbiamo tenuti sempre nascosti. Siamo riusciti a salvarli dalla guerra perché i tedeschi li mandavano al fronte. Abbiamo sempre combattuto tra i tedeschi ed eravamo circondati dagli italiani che erano prigionieri dei tedeschi. Li facevano lavorare. E così, dalla metà di aprile, abbiamo dovuto lasciare le nostre case. Lasciato tutto. E tutti i giorni, io, la mamma e il nonno, con una carrettina a mano, si veniva tutti i giorni da Ginestreto a Montecchio per andare a raccogliere qualcosa per i campi per mangiare, perché non avevamo niente. Niente.

Lì dove eravamo sfollati da mia zia, era venuto l’ordine di sfollare di nuovo.

Abbiamo ripreso i miei fratelli, siamo andati a finire fino a Monte Guiduccio con le mucche e il carro.

Dopo due giorni, è arrivata l’offensiva degli inglesi. Sono arrivati gli alleati. E da lì abbiamo avuto la liberazione.

Siamo tornati fine agosto primi di settembre. Eravamo sfiniti, niente da mangiare, niente da vestire, avevamo perso tutto. La casa si era rotta di nuovo. Prima con lo scoppio di Montecchio, poi con le cannonate. E così siamo dovuti tornare dai vicini, un po’ qui, un po’ là. E poi ci siamo ammalati di tifo. Eravamo in sette in famiglia e solo io e la mamma non ci siamo ammalate. 

Lì dove eravamo sfollati da mia zia, era venuto l’ordine di sfollare di nuovo.

Abbiamo ripreso i miei fratelli, siamo andati a finire fino a Monte Guiduccio con le mucche e il carro.

Dopo due giorni, è arrivata l’offensiva degli inglesi. Sono arrivati gli alleati. E da lì abbiamo avuto la liberazione.

Siamo tornati fine agosto primi di settembre. Eravamo sfiniti, niente da mangiare, niente da vestire, avevamo perso tutto. La casa si era rotta di nuovo. Prima con lo scoppio di Montecchio, poi con le cannonate. E così siamo dovuti tornare dai vicini, un po’ qui, un po’ là. E poi ci siamo ammalati di tifo. Eravamo in sette in famiglia e solo io e la mamma non ci siamo ammalate. 

Prima e dopo la guerra

Noi eravamo sei figli, ma tutti abbiamo fatto fino alla 5 elementare. E le maestre ci hanno sempre elogiati perché siamo stati tutti bravi. Solo che non c’era speranza di andare avanti perché, come dicevano le maestre a mia mamma “i tuoi figli potrebbero continuare a studiare, ma te non hai le possibilità. E invece ce ne sono tanti che ne hanno la possibilità ma non ne hanno la voglia”.

La mia vita è stata così.

Siamo diventati grandi e quando mi sono fidanzata, la mia mamma era contraria. Non voleva perché avevo pretendenti contadini. Noi eravamo contadini e lei era contenta che io andassi a fare la contadina.

Però a me piaceva lui e per me c’era solo lui. Si vede che il destino era quello. La paura di mia mamma era che una volta sposati, poi, non avrei avuto niente e sarei andata a rubare nei campi perché mancava il lavoro. E invece siamo stati fidanzati 3 anni; dopo 2 anni lui è partito ed è andato a lavorare a Genova. E tra me e me pensavo “adesso è la fine, chi lo trova più”. Invece, dopo un anno che era via, ci siamo riscritti e mi ha detto che mi voleva sposare. I suoi genitori erano, poverini, già anziani e malati e, una volta sposati, io sono rimasta con i suoi mentre lui era a lavorare. Tornava ogni due o tre mesi.

Poi abbiamo avuto i nostri figli e lui è tornato.

Aneddoto

In 5 elementare c’è stato il premio per i due bambini più bravi della scuola: una Croce al Merito e il diploma a un maschio e una femmina. La femmina premiata sono stata io e il maschio un bambino sempre della mia classe.

Quella Croce me l’hanno messa qua, appuntata con una spillettina sulla camicetta. E lì c’è stata una grande festa e mi dispiace di averla persa durante la guerra con lo scoppio.

Avevo tutte le cose nel cassetto del comò e abbiamo dovuto portare via le cose più importanti e allora la Croce al Merito mi è rimasta nel cassetto. I tedeschi avevano portato via tutto. Quando siamo tornati non c’era più niente.

Alla mia mamma, che aveva tanta paura che andasse a finire male, ho detto che non avevo mai visto tanti soldi come dopo essermi sposata. Mio marito, che lavorava a Genova, mi mandava 100mila lire al mese liquidi, che avevano un valore. E io avevo aperto un libretto. Usavo quelli che mi servivano e il resto li lasciavo lì perché volevamo fare la casa.

Dovevamo comprare il terreno e poi un pezzo alla volta avremmo costruito la casa.

E così è stato. Abbiamo costruito con sacrificio e fatica le 4 mura e un tetto a tutti i nostri figli.

Prima e dopo la guerra

Noi eravamo sei figli, ma tutti abbiamo fatto fino alla 5 elementare. E le maestre ci hanno sempre elogiati perché siamo stati tutti bravi. Solo che non c’era speranza di andare avanti perché, come dicevano le maestre a mia mamma “i tuoi figli potrebbero continuare a studiare, ma te non hai le possibilità. E invece ce ne sono tanti che ne hanno la possibilità ma non ne hanno la voglia”.

La mia vita è stata così.

Aneddoto

In 5 elementare c’è stato il premio per i due bambini più bravi della scuola: una Croce al Merito e il diploma a un maschio e una femmina. La femmina premiata sono stata io e il maschio un bambino sempre della mia classe.

Quella Croce me l’hanno messa qua, appuntata con una spillettina sulla camicetta. E lì c’è stata una grande festa e mi dispiace di averla persa durante la guerra con lo scoppio.

Avevo tutte le cose nel cassetto del comò e abbiamo dovuto portare via le cose più importanti e allora la Croce al Merito mi è rimasta nel cassetto. I tedeschi avevano portato via tutto. Quando siamo tornati non c’era più niente.

Siamo diventati grandi e quando mi sono fidanzata, la mia mamma era contraria. Non voleva perché avevo pretendenti contadini. Noi eravamo contadini e lei era contenta che io andassi a fare la contadina.

Però a me piaceva lui e per me c’era solo lui. Si vede che il destino era quello. La paura di mia mamma era che una volta sposati, poi, non avrei avuto niente e sarei andata a rubare nei campi perché mancava il lavoro. E invece siamo stati fidanzati 3 anni; dopo 2 anni lui è partito ed è andato a lavorare a Genova. E tra me e me pensavo “adesso è la fine, chi lo trova più”. Invece, dopo un anno che era via, ci siamo riscritti e mi ha detto che mi voleva sposare. I suoi genitori erano, poverini, già anziani e malati e, una volta sposati, io sono rimasta con i suoi mentre lui era a lavorare. Tornava ogni due o tre mesi.

Poi abbiamo avuto i nostri figli e lui è tornato.

Alla mia mamma, che aveva tanta paura che andasse a finire male, ho detto che non avevo mai visto tanti soldi come dopo essermi sposata. Mio marito, che lavorava a Genova, mi mandava 100mila lire al mese liquidi, che avevano un valore. E io avevo aperto un libretto. Usavo quelli che mi servivano e il resto li lasciavo lì perché volevamo fare la casa.

Dovevamo comprare il terreno e poi un pezzo alla volta avremmo costruito la casa.

E così è stato. Abbiamo costruito con sacrificio e fatica le 4 mura e un tetto a tutti i nostri figli.

Ringraziamo Angelo Mineo – Presidente ANCR provincia di Pesaro e Urbino e  Antonella Terenzi – Presidente ANCR sezione di Montelabbate,
per averci fatto incontrare la Sig.ra Maria.
Con grande commozione abbiamo ascoltato i racconti di una donna veramente coraggiosa, forte e valorosa. Una Combattente!

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